Calabria (capo del Dip.Pubblica Sicurezza): le vittime del match fixing non devono restare ferme

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Il tema della frode sportiva e del calcioscommesse, più comunemente conosciuto in tutto il mondo come match fixing, è stato al centro di una tavola rotonda a Roma, dove si è parlato, tra l’altro, di introdurre pene più severe per chi dovesse nel futuro commettere reati di questo tipo. Tutto molto giusto, anzi direi doveroso, ma perché allora l’idea di Andrea Abodi (ex presidente della Lega calcio serie B) di introdurre lo strumento del sequestro dei beni patrimoniali di chi dovesse risultare colpevole (tra i calciatori “infedeli”) di tali atti non è diventata ancora legge? Le idee sono tutte ottime, ma l’importante è il timing, ma soprattutto procedere nel fare, trasformando le idee in azioni. 

“Il ruolo della procura nazionale è fondamentale quando si parla di frode sportiva e di calcioscommesse. I percorsi innovativi come l’Osservatorio derivano dal fatto che abbiamo voluto intervenire in maniera incisiva sul mondo del calcio e la nostra volontà è quella di allargare le maglie, potenziando la collaborazione con gli altri attori”. Lo sottolinea il prefetto Enzo Calabria, capo segreteria del Dipartimento della Pubblica sicurezza al convegno “Le azioni di contrasto al match fixing: Un impegno primario” tenutosi lo scorso 9 giugno nella sala conferenze del dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell’Interno. “Parliamo di rendere le pene più dure, anche con l’utilizzo di strumenti diversi, ma secondo me non è solo questo. Le vittime non devono restare ferme, ma devono avere la possibilità anche di richiedere un risarcimento economico”, ha concluso Calabria.