C’è gioco e gioco…come sottolinea correttamente Giampiero Moncada

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Sull’edizione locale di Genova (La Repubblica) è apparsa, di recente, un’intervista interessante al “collega” Giampiero Moncada, noto nel settore per la sua passione per il gioco del poker, ma anche per il suo equilibrio  rispetto al tema del gioco, visto sotto il profilo ludico, ma mai come patologia. Moncada non demonizza il gioco d’azzardo, sottolineando correttamente come “proibirlo” aiuterebbe solo il mondo del sommerso e del mercato illegale del gioco.

Di seguito il testo dell’intervista:

Limitare l’azzardo è un’iniziativa positiva, ma attenzione a non demonizzare il gioco in sé: «Sarebbe come il proibizionismo, non si può mettere sotto accusa chi beve un bicchiere di vino, perché c’è chi è alcolista», avverte Giampiero Moncada, giornalista e scrittore esperto di giochi a partire dal poker, autore di “C’è gioco e gioco” (edito da Toro Edizioni), che ha dato origine anche ad una serie di seminari dallo stesso titolo per conoscere il mondo del gioco e i suoi limiti.

Il problema vero, chiarisce Moncada, è quello della multidipendenza: «Spesso chi è affetto da ludopatia ha problemi anche con alcol, droghe o altre dipendenze, ma l’unica necessità è quella della prevenzione, a partire dalle scuole».

Moncada, quella sul gioco sta diventando una battaglia politica? A Genova, di fronte alle regole precise imposte dal Comune, la Regione risponde derogando i divieti

«Sì, è così. E parlare di battaglia politica è persino un’espressione nobile. Diciamo che è una strumentalizzazione, perché un argomento che accende gli animi diventa un cavallo facile da cavalcare in una direzione o nell’altra».

Per il gioco online non ci sono regole, vero?

«Sì, tecnicamente non puoi proibirlo. Puoi monitorare solo la parte legale, ma è il 15% della raccolta di giocate, non sappiamo quanti giochino sui siti privati, è impossibile, al momento, fare qualcosa. E io temo la multidipendenza, che colpisce di più la vulnerabilità del soggetto».

Dal gioco e da cosa altro?

«Se io sono già predisposto a essere dipendente da qualcosa per compensare la mia fragilità o la mia depressione, se trovo la bottiglia bevo, se ho un mazzo di carte gioco, se magari non cerco altre droghe. E questo nel gioco online diventa un elemento chiave: se uno vuole compensare le sue frustrazioni alla slot sotto casa posso vedere come limitarlo, ma sul web non posso».

Le macchinette nei bar e nelle tabaccherie sono gli elementi più forti di attrazione per un giocatore compulsivo? E invece le scommesse sullo sport, il calcio in primo luogo?

«Secondo i dati delle società di gambling, cioè di scommesse, il 60% dei casi patologici arrivano dalle slot, che non fanno assolutamente pubblicità, che è praticamente tutta sulle scommesse, che sono però il 15% del settore. Allora, ripeto, che senso ha la proibizione per alcuni locali e non per i casinò online?».

Resta il fatto che delle iniziative vanno prese. Quali, secondo lei?

«Sono d’accordo sulla necessità di darsi del tempo per capire dove va il Paese; lo Stato all’inizio non ci ha pensato ed è giusto che ci pensino i comuni. Ma, ripeto, il proibizionismo non paga. È necessario un accordo tra lo Stato e le regioni per arrivare a un’intesa che permetta di»giocare ma senza eccessi e pericoli”.

Banalmente: il bel gioco dura poco?

«Sì, diciamo così: la prevenzione è necessaria, la cultura del gioco si impara…».

(fonte: edizione Genova del quotidiano La Repubblica)