Codacons contro la pubblicità virtuale durante le gare di calcio. Tutto è ormai “peccato”.

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Leggendo il post, di cui sotto, pubblicato sulla fan page di Codacons sono trasecolato. Praticamente l’associazione di tutela dei consumatori ha deciso di inviare un dossier, udite bene, all’Autorità delle Comunicazioni, per segnalare tutte quelle forme di pubblicità virtuali che le aziende del gioco (è bene precisare “legale”) inseriscono in determinati momenti della partita di calcio (per esempio), pagando una cifra alla concessionaria di pubblicità del broadcaster di turno. Parliamo, quindi, di attività assolutamente previste nell’ambito di una strategia di comunicazione pubblicitaria da aziende “legali” autorizzate a promuoversi sul territorio nazionale, utilizzando le forme pubblicitarie più idonee, sempre e soltanto, nell’ambito dei limiti previsti dalla legge italiana. Può sembrare banale, ma la precisazione è importante. E, invece, per Codacons c’è questa nuova “caccia alle streghe” che sinceramente è sterile, perché ripeto le attività poste in essere sono tutte nel rispetto della normativa vigente del mercato pubblicitario (collegato al settore del gioco). Eppure…per Codacons non è così. Ma ormai siamo tornati al tempo delle “crociate”. Non c’è più da stupirsi.

Il post apparso sulla pagina Facebook di Codacons

A seguito di esposto presentato dal Codacons, l’Autorità per le Comunicazioni ha avviato un monitoraggio sugli spot “virtuali” che appaiono sui teleschermi durante le partite di calcio trasmesse in tv, finalizzato ad accertare la legittimità di tale forma pubblicitaria.
Si tratta di quelle pubblicità, da qualche tempo presenti nel corso delle partite di calcio trasmesse da Sky e Mediaset, inserite elettronicamente all’interno delle immagini riprese dalle telecamere – spiega l’associazione – Tali spot vengono immessi nel corso di un’azione di gioco e collocati al centro del teleschermo, nel mezzo del campo di calcio, tra gli stessi giocatori inserendosi con modalità estremamente invasive e in un contesto tutt’altro che marginale.
“Tale forma di pubblicità incide inevitabilmente sulla qualità e integrità dell’evento sportivo – scriveva il Codacons nell’esposto – ed elude le naturali difese a cui il telespettatore è solito ricorrere dinanzi ad una pressione pubblicitaria scoperta, ed è particolarmente efficace perché non gli consente una pronta reazione, con il risultato di fargli subire il messaggio pubblicitario. Il telespettatore, quindi, si trova costretto ad elaborare mentalmente lo spot, anche inconsciamente, contro la sua volontà. La pubblicità virtuale, dunque, in tutte le sue forme, disorienta il pubblico dei consumatori ed è anche in grado di alterare il confronto concorrenziale tra le imprese perché si risolve in una forma aggressiva di sponsorizzazione di un marchio o di un prodotto”.
L’Autorità per le Comunicazioni ha deciso ora di vederci chiaro e, in una nota inviata al Codacons, ha informato che “la tematica della cd. “pubblicità virtuale” è all’attenzione di questa Autorità, la quale ha avviato uno specifico monitoraggio sulle partite di calcio per valutare eventuali profili di rilevanza della fattispecie descritta”.