E se alla fine tornasse in auge Matteo Renzi?

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(Sebastiano di Betta & Bepi Pezzulli) – Dopo la tornata elettorale del 4 marzo, si pensava che quando l’uomo che promette 80 euro incontra l’uomo che promette il reddito di cittadinanza, l’uomo che promette 80 euro è un uomo che inizia ad avere “problemi”.

Invece dopo 3 giri a vuoto, adesso tutto è possibile, anche resurrezione e matrimonio contro natura. Se il mandato esplorativo a Roberto Fico dovesse tradursi in un governo M5S+Pd, il pallino tornerebbe infatti nelle mani di Matteo Renzi. L’ex segretario del Pd, attraverso il controllo di una larga parte dei gruppi parlamentari dem, verrebbe, a dispetto di tutto, a ritrovarsi nella posizione del king-maker. Solo lui, infatti, potrebbe controllare il timing della vita dell’esecutivo, condizionandone le politiche con il potere di staccare la spina in qualunque momento. Insomma, la politica del proporzionale potrebbe produrre il colpo dello scorpione, il governo del grande sconfitto, formula ancora non sperimentata nella storia repubblicana. Non deve stupire dunque che mentre il governo latita, i mercati corrono.

Nei 50 giorni intercorsi dal 4 marzo, il Ftse Mib è salito dell’8,5%. In parallelo, lo spread Btp-Bund a dieci anni si è ristretto di 16 punti base, il 12%. Cioè, le esternalità della congiuntura economica pesano più della politica sull’andamento dei mercati. D’altra parte, con un governo di coalizione, tanto la capacità di produrre riforme strutturali quanto la capacità di governare l’economia sarebbe prossima allo zero. Anzi le tre “priorità” offerte dal reggente del Pd Maurizio Martina ai 5S sono assimilabili, parola più parola meno, alle lamentele della casalinga di Voghera durante l’attesa in fila allo sportello delle Poste. La prima consiste in misure contro la povertà allargando il reddito d’inclusione. La seconda in misure per le famiglie attraverso l’assegno universale per i figli.

La terza in misure per il lavoro attraverso il salario minimo legale. Davanti alla prospettiva di un governo che pensa di poter fissare i salari per decreto ed aumentare il perimetro dell’assistenzialismo, i mercati giustamente segnalano che si sta meglio senza. Le parole chiave nel dibattito politico attuale mancano tutte: competitività, semplificazione tributaria, riduzione del cuneo fiscale, aumento della produttività, taglio della spesa pubblica, investimenti in tecnologia e innovazione, professionalizzazione della burocrazia, miglioramento dell’istruzione primaria e secondaria, riforma della giustizia, ruolo internazionale dell’Italia. Ormai siamo arrivati al punto di singolarità: la politica è più un danno che un fattore di stabilità.

In ogni caso, la vita per il nuovo esecutivo non sarà facile. L’Italia rimane significativamente al di sotto della media di crescita europea; mentre per Eurolandia è stimata al 2,4% all’anno nel prossimo biennio, il Paese crescerà di un misero 0,9% nel 2019, rendendo di fatto ineludibile la stretta fiscale imposta dalle regole europee. Nel frattempo, il rendimento del decennale Usa ha superato la quota del 3%. Questo dato, letto in congiunzione con il rendimento dei titoli biennali al 2,5% desta enorme preoccupazione. L’appiattimento della curva dei rendimenti può segnalare l’inizio di una fase recessiva.

Lo stesso Mario Draghi a margine della riunione del Governing Council della Bce ha rilevato un rallentamento nell’economia dell’Eurozona nel Q1 2018 associate a segnali negativi provenienti dalla Germania, dove l’indice Ifo è in calo da 5 mesi consecutivi. Con queste premesse, l’azione di governo sarà, almeno nel breve termine, ridotta alla gestione del ciclo di bilancio europeo e condizionata dal mutamento del ciclo economico. La soluzione migliore sarebbe un governo di scopo, con la funzione di varare la legge di stabilità, produrre una legge elettorale finalmente degna di un paese del G20 e indire nuove elezioni.

Chiusa la finestra di primavera, è da evitare la finestra di autunno (per scongiurare l’esercizio provvisorio); resta quindi l’ipotesi di maggio 2019 in un election day che combini politiche ed europee. E  sarà probabilmente ancora una volta uno scontro a tre, tra una destra costruita attorno alla Lega di Matteo Salvini, una sinistra a trazione M5S, e un soggetto nuovo, Macronista, formato da un Renzi sempre più a disagio nel Pd e la parte centrista di Fi, ormai avviata alla fase post-Berlusconi. Di questi movimenti di riaggregazione politica, esistono già le prime evidenze. Il passaggio al sistema maggioritario sarà quindi necessario per evitare un ennesimo stallo. Il dato politico è che fino a quel momento, la politica italiana sarà nelle mani del Quirinale, che dovrà assicurare la tenuta dell’esecutivo di scopo contro possibili imboscate parlamentari. Insomma, la terza repubblica è già di fatto cominciata, ed è un presidenzialismo in embrione. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt.