Il gioco in Italia? Per l’Espresso è un tabù mangiasoldi, ma la matematica racconta un’altra verità (1a puntata)

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Parte con questo primo post una sezione ad hoc che nasce da ciò che avviene in politica e nell’analisi televisiva dei principali commentatori di settore.

La trasmissione “Virus” (condotta daNicola Porro), quest’anno emigrato sulle reti Mediaset, dopo i primi anni in Rai, ha lanciato questa moda del “fact cheking”, ovvero verificare che numeri, dati, affermazioni di questo o quel politico corrispondano concretamente alla realtà. Ho deciso di utilizzare lo stesso modo sul terreno delle inchieste che a più riprese appaiono su questo o quel giornale, che spesso rappresentano una realtà che non esiste o che comunque è molto diversa da ciò che avviene nel mercato tricolore del gaming/betting. E parto immediatamente con un fact checking che dovrebbe far riflettere non solo chi leggerà il contenuto di questo post, ma soprattutto molti analisti di settore (operatori di mercato, politici, giornalisti, influencer, ecc.)

Nelle settimane scorse il settimanale L’Espresso ha presentato una inchiesta sul mondo del gioco d’azzardo. Al netto dello stile e del taglio giornalistico, che ricordava vagamente atmosfere medievali da “Nome della Rosa” (romanzo scritto da Umberto Eco nel 1980)

Non tornano, però, i “numeri” di questa inchiesta così approfondita, quanto “ideologica”.

La matematica, purtroppo, non è una opinione, quello che dispiace è che nel servizio in questione l’analisi sia solo in una direzione: il feticcio/mostro dell’azzardo, con gli italiani presentati come dei poveri stupidi irretiti dalle aziende di betting/gaming presenti sul territorio italiano.

Secondo l’Espresso, gli italiani nel 2016 avrebbero speso 95 miliardi di euro (il 4,7% del PIL), ma il dato viene presentato come se avessero gettato questo denaro fuori dalla finestra, manipolati dall’azienda di turno. Peccato che le “vincite” redistribuite siano state pari a 76.5 miliardi di euro (elemento passato quasi sotto traccia nell’inchiesta in oggetto). Facciamo quindi un po’ di conti: 95 miliardi di euro speso nettati delle vincite che gli italiani hanno portato a casa generano un numero complessivo “pulito” pari 18,5 miliardi di euro. Per i colleghi dell’Espresso poi il totem dei 95 miliardi genererebbe una spesa media per italiano pari a 1.583 euro. Il messaggio che il settimanale italiano vuole lanciare è: l’italiano medio si “brucia” su base annua un importo pari ad uno stipendio medio mensile. Ma tornando alla matematica questa cifra esce casualmente suddivendo i 95 miliardi per i 60 milioni di italiani che vivono stabilmente nel Paese. Peccato però che solo i maggiorenni possono giocare legalmente quindi non 60 milioni di persone ma meno di 50 milioni di cittadini (ovvero quelli che corrispondono agli aventi diritti al voto, come successo nell’ultimo referendum costituzionale del 4 dicembre scorso). Anche perché i restanti 10 milioni inseriti nell’inchiesta dell’Espresso sono minorenni, quindi per legge non hanno accesso assolutamente al gioco.

Pertanto il rapporto è completamente diverso. Bisogna considerare il dato “nettato” (18,5 miliardi) diviso per i 50 milioni di cittadini italiani maggiorenni. Cosa emerge? Che il valore medio di giocata annua è di 370 euro (non quindi 1.583 euro). Se poi volessimo fare una ulteriore considerazione numerica il dato dei 370 euro lo dovremmo correttamente suddividere per 12 mesi ed esce una cifra pari a 30,83 euro. In sintesi, 1,02 euro a testa su base giornaliera di gioco. Praticamente il costo di un caffè in un bar della periferia di una grande città italiana.

Credo che nella libertà di scelta dell’italiano “medio” ci debba essere quella anche di decidere se bersi questo caffè o divertirsi magari attraverso una scommessa sportiva o di fare una giocata al bingo. Più che parlare di “ludocrazia” bisognerebbe parlare di semplice volontà di svagarsi non depauperando il proprio portafoglio come ci vuole fare credere l’Espresso. E questo primo post della sezione “fact checking” conferma una mia tesi storica: la verità non è quella che ti mostrano gli altri, ma quella che tocchi con mano facendo tu i conti che gli “altri” ti vogliono far passare per giusti.