Il problema ludopatia diventa spettacolo. Adesso arriva anche il docu-film, ma nessuno si vuole sedere ad un tavolo di confronto

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Singolare Paese è l’Italia. Tutti si sentono “esperti” di questo o di quello, e adesso il nuovo filone del “tuttologismo” è l’analisi della ludopatia. Ci sono i “matematici” (con numeri dei giocatori problematici che salgono di provincia in provincia, peccato che i “problematici” certificati siano 12 mila sull’intero territorio nazionale e non un milione di persone come spesso viene scritto erroneamente), poi ci sono adesso anche i “filmaker”. Navigando in Rete mi sono imbattuto in un trailer di un recente docufilm “Vivere alla Grande” (del giovane regista Fabio Leli), presentato in diversi film festival, da Milano passando per il più noto Locarno. 

Ho trovato in Rete un commento che mi ha lasciato basito su questo docufilm. Di seguito:

Il documentario porta la firma di Fabio Leli, presentato al Milano Film Festival e al Festival di Locarno, sarà proiettato al Teatro Comunale di Nardò, domenica 30 Aprile alle 17:30  
Con un tour di proiezioni che ha toccato più di sessanta località in tutta Italia, Vivere alla Grande sarà in proiezione in Puglia, questa volta nella città di Nardò.
Vivere alla Grande analizza e documenta, in maniera spietata (si legge in una nota), la piaga sociale del gioco d’azzardo, il disfacimento progressivo della società italiana (famiglie, anziani e nuove generazioni), le gravi responsabilità della classe politica, il potenziale criminogeno collegato al settore, le lobby affaristiche, le patologie connesse, la pubblicità ingannevole, l’omertà dei media, le collusioni con la criminalità organizzata e la solitaria battaglia contro il gioco d’azzardo, combattuta da pochi coraggiosi. Definito da Repubblica “una ricognizione minuziosa e mai vista prima di un problema sociale che ha molti versanti oscuri”, il film torna in Puglia dopo le proiezioni in Veneto, Emilia Romagna, Marche, Trentino, Campania, Toscana, Lombardia, Sicilia, Piemonte e Abruzzo.

Quello che appare ben chiaro è che, dietro a questa operazione, c’è, chiaramente, un approccio fortemente ideologico tant’è che leggiamo ancoraL’evento fa parte della campagna “GAME OVER – I Numeri Vincenti Te Li Diamo Noi” organizzata dal MEET UP – Amici di Beppe Grillo di Nardò.

Il docu-film quindi nasce, anche se non è chiaro sin dall’inizio, da un progetto di sensibilizzazione politica collegata, a filo doppio, al Movimento 5 Stelle. Con una mano si parla di “lobby affaristiche” (tutte da dimostrare – tant’è che non c’è mai stato un documento che lo confermi), di un “potenziale criminogeno al settore” (un contenuto, per certi versi, anche da querela), di “pubblicità ingannevole” (non è così perché altrimenti lo IAP interverrebbe subito come spesso interviene su altri prodotti e/o servizi promossi attraverso la comunicazione pubblicitaria), di gravi responsabilità politiche (quali? quindi parliamo di parole al vento senza uno straccio di verifica reale). Far vedere durante un frame del docufilm l’on.Daniele Capezzone in aula a Monte Citorio, che dice che è dalla parte del “gioco legale” è una colpa? Secondo me no, da che parte dovrebbe stare Capezzone, dalla parte del gioco illegale? Ormai siamo alla farsa. In sintesi, una marea di luoghi comuni senza alcuna verifica. Quello che trovo disdicevole è la spettacolarizzazione di un fenomeno, che sì è patologico, ma che non può essere pubblicizzato come fosse Telethon. Mi piacerebbe più pensare ad un momento di dialogo tra le parti e ad un approccio più medico-scientifico, ma nel rispetto della sfera individuale delle persone afflitte da questa problematica collegata al gioco. L’unica cosa certa, questo sì, è che il docufilm viene “spinto”, sù e giù per l’Italia, dagli “Amici di Beppe Grillo”. Tutto lecito, ci mancherebbe, ma almeno non fate la morale agli altri. Anche Beppe Grillo è politica, visto che è il leader del Movimento 5 Stelle. 

Nota finale: vedere poi il regista del film, che (in mutande, canotta, le mani legate dietro la schiena) fa anche da attore (nei panni dovrei desumere dell’ipotetico soggetto da GAP), con altri attori, in calzamaglia nera, con una pistola e un coltello, quasi ad intendere che il cittadino-giocatore viene accoltellato e assassinato alle spalle (dall’industria delle slot,VLT e gratta e vinci), la trovo un’altra grandissima caduta di stile, un errore di comunicazione marchiano (si mandano dei messaggi subliminali verso il grande pubblico devastanti) e molto pericoloso soprattutto in visione prospettica. Se un giorno infatti un parente di un soggetto ludopatico dovesse entrare in una sala slot per “rifarsi” nei confronti dell’ipotetico esercente-assassino o accoltellatore (sempre sotto il profilo ideale) chi ne risponderebbe? Leli si rende conto della brutalità di questa immagine e dei messaggi che sta mandando in giro? Spero che possa quantomeno modificare questa immagine fortemente lesiva di soggetti “legali” che operano seguendo le regole previste dallo Stato. Perché va bene la teatralità, va bene la finzione del docufilm, ma mi sembra che si stia esagerando veramente.