L’ippica ha bisogno di idee, autonomia e libertà d’impresa. Ha senso ancora dipendere dal MIPAAF?

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E’ arrivato, nelle ultime ore, il duro j’accuse della LPI sul tema del decreto di riforma del settore, predisposto dagli uffici tecnici del MIPAAF. Dopo molti mesi di incontri, di bozze inviate per arrivare ad un comune percorso, ancora una volta l’ippica italiana ne esce ridimensionata, mostrando tutti i limiti dello stesso ministero (da cui dipende questo particolare mondo sportivo e imprenditoriale). Gli operatori cercano innanzitutto ascolto e misure tecniche, che possano portare a risultati concreti. Da troppo tempo infatti l’ippica soffre, per colpe che non sono da imputare ai soggetti che vi operano. Gli stessi cercano un interlocutore in grado di interpretare questo processo di ammodernamento, ma siamo veramente sicuri che sia ancora il MIPAAF l’interlocutore giusto?

Lega Ippica Italiana

Aggiornamento sul percorso del Decreto di Riforma

Come si supponeva, lo schema predisposto dagli uffici del Mipaaf, giunto a Palazzo Chigi, è stato ritenuto inconsistente e privo di contenuti economici e giuridici. Esattamente come avevano convenuto gli esperti interpellati, il maldestro tentativo dei burocrati disegnava un quadro giuridico irrealizzabile anche a causa dell’eccesso di controllo da parte del ministero sull’organismo che dovrà gestire il settore in forma autonoma e privatistica.

I ben noti ministeriali avevano rovesciato la volontà del Parlamento e del Ministro, espressa chiaramente nel Collegato, tentando, nella riscrittura del Decreto, di lasciare al ministero tutte le risorse e tutte le leve vitali, permettendo così il mantenimento della rendita di posizione che ancora oggi ammonta a poco meno di 180 milioni di Euro all’anno di soldi pubblici che non si capisce a chi giovino se è vero che hanno portato alla disperazione degli operatori, alla chiusura della maggioranza delle Aziende e all’estinzione della parte più “sana” del nostro ambiente.

Confidiamo, con tutte le modifiche necessarie, seppur con grave ritardo, si possa riuscire, prima del termine della legislatura, a portare a termine questo processo di allineamento con tutti i sistemi ippici del mondo, attraverso una privatizzazione vera che, logicamente, lasci piena autonomia, responsabilità e libertà di azione, seppur sotto un ferreo controllo dello Stato, alle Aziende del settore, affidando loro tutte le leve necessarie per rinnovare e rilanciare il comparto. Solo così si potranno generare le risorse necessarie per un virtuoso sviluppo e per una riqualificazione etica e sportiva come previsto dal Collegato Agricolo voluto fermamente dal Ministro Martina.

E’ importante che la politica abbia ripreso in mano la situazione e abbia rigettato il tentativo dei burocrati di opporsi goffamente alla crescente consapevolezza maturata sia nel settore che tra i maggiori esponenti della politica.

Quella della struttura ministeriale è una difesa di privilegi che conferma la linea delle gestioni degli ultimi venticinque anni dove tutto è stato fatto meno che gli interessi del settore e degli operatori ippici. Una difesa che procrastina l’interesse di queste persone non per il mondo ippico e per i posti di lavoro ma per la torta a questi destinata, una torta per il settore ogni giorno più amara e insufficiente.

Come avrebbe potuto il settore rilanciarsi e generare risorse se, esattamente come adesso, tutte le decisioni e le disponibilità finanziarie fossero rimaste nella struttura ministeriale e, soprattutto, come si sarebbe potuto superare l’oneroso taglio del 20% annuo se ancora una volta non si interviene per rilanciare le scommesse, in crollo verticale da anni senza che nessuno di questi pessimi burocrati abbia mai mosso un dito.

Nessuna tutela, oltretutto, era prevista per i diritti sulle immagini televisive, oggetto degli appetiti di operatori di gioco stranieri interessati solo al profitto d’impresa nei confronti dei quali il settore non avrebbe avuto alcun poter contrattuale.

Restyling delle scommesse e diritti televisivi sono tra i capisaldi economici del Piano Industriale redatto dai maggiori esperti nel settore del gioco e dell’organizzazione della P.A. e ben noto da anni ai due Ministeri competenti. Piano che prevede, come componente essenziale, che la crescita delle risorse provenienti dal rilancio delle scommesse compensi il decalage previsto. Avviare il decalage senza avere riformato le scommesse significa sancire la fine del settore.

Il Governo sa bene che deve finire l’era della gestione burocratica e deve iniziare quella fondata sulla capacità di affrancarsi dall’assistenzialismo. E sa anche che, per uscire da questo vicolo cieco, il Decreto deve, senza indugi, attivare una procedura seria di affidamento della gestione sportiva ed economica dell’intero settore ad una struttura privatistica formata da tutte le sue componenti imprenditoriali.

Auspicando, in un momento così delicato, in una convergenza delle parti più sane e qualificate, quelle a cui sta veramente a cuore il settore, abbandonando inutili sogni di sopravvivenza assistita, cerchiamo tutti assieme di recuperare il tempo e la progettualità persi in questi anni di ostruzionismo ministeriale e di volgare delegittimazione da parte di coloro che non sono capaci di immaginare niente di diverso dalla mediocrità e dagli intrallazzi che subiamo da troppi anni ed a cui troppa gente si è abituata.