Peggio del Rosatellum c’è solo il Rosatellum con premio di maggioranza.

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(il commento della situazione politica di Sebastiano di Betta e Bepi Pezzulli) – La legge elettorale vigente è un assurdo istituzionale premeditato per produrre l’ingovernabilità. Il Rosatellum è una mistura malriuscita, una legge proporzionale sulla quale è stato innestato un terzo di collegi uninominali. Per effetto del meccanismo ibrido, i partiti corrono in proprio nei collegi plurinominali, ma possono coalizzarsi nei collegi uninominali.

La campagna elettorale è stata condotta alla maniera della politica del maggioritario (personalizzando il voto e in contrapposizione agli avversari), salvo poi dover formare un governo di coalizione in Parlamento. Per effetto dei veti incrociati e della personalizzazione delle forze politiche, un governo sarebbe potuto nascere soltanto attraverso la rottura degli accordi di coalizione o la violazione del mandato elettorale.

Insomma, quanto di meglio poteva concepirsi per massimizzare la frattura fra la politica e il corpo elettorale e indebolire la democrazia. Il Rosatellum ha anche altri sciagurati obiettivi. Il primo, evitare che i parlamentari debbano conquistare voti individuali nella circoscrizione elettorale o guadagnarsi legittimazione politica attraverso la vittoria individuale nei collegi. Il secondo, formare liste di candidati deboli soggetti al controllo totale dei capi corrente. Non c’è dunque una sola ragione condivisibile per mantenere in vita una legge non in linea con i requisiti di maturità democratica attesi da un Paese del G20. Ma, evidentemente, non è il premio di maggioranza la soluzione al problema. Anzi, una tale evenienza aggraverebbe il quadro. Il premio di maggioranza non potrebbe applicarsi ai collegi uninominali, che in quanto tali già beneficiano di un premio di maggioranza implicito. Il problema è che nei collegi uninominali, il premio di maggioranza implicito è attribuito alla coalizione. Ma nei collegi plurinominali, la coalizione non c’è. Dovrebbero quindi convivere un premio di maggioranza implicito alla prima coalizione nei collegi uninominali e un premio di maggioranza esplicito al primo partito nei collegi plurinominali.

Oppure si potrebbe attribuire un premio di maggioranza solo a urne chiuse al partito o coalizione vincente. Ma in tal caso non è chiaro quali parlamentari eletti dovrebbero decadere per far posto ai beneficiari del premio. Da qualunque parte lo si guardi, il Rosatellum col premio di maggioranza è un tentativo di far quadrare un cerchio. Il tutto pur di non dover far guadagnare ai parlamentari un seggio in aula attraverso il pieno esercizio democratico del voto popolare. Questo groviglio infernale è anche nocivo alla qualità della classe dirigente. Con un meccanismo di selezione basato sulla debolezza politica dei candidati si produce un Parlamento infarcito di disoccupati, neofiti, analfabeti istituzionali e mezze tacche di partito. Occorre dunque ripartire dall’interesse del Paese per fare la cosa giusta.

Se, come assodato, la Terza repubblica necessita di passare alla politica del maggioritario, è necessario che maggioritario sia. Non proporzionale con correttivo maggioritario o altre formule bizantine. Servono 630 (alla Camera) e 315 (al Senato) collegi uninominali ed un meccanismo di voto a turno unico che premi il candidato vincente nel collegio. Il resto è, di nuovo, mala fede. Finchè rimane in vigore il bicameralismo, il doppio turno con ballottaggio non è auspicabile in quanto le due camere potrebbero produrre rapporti di forza politici diversi. Esistono differenze anagrafiche, demografiche e di dimensioni di bacino che rendono le due camere nei fatti disomogenee. Sarebbe forse ora di dare piena attuazione agli artt. 39 e 49 della Costituzione che richiedono ai corpi di rappresentanza intermedi di organizzarsi secondo criteri interni democratici e concorrere con metodo democratico alla conquista del potere di gestione istituzionale della repubblica. Fare le primarie sarebbe un buon punto di partenza per individuare candidati spendibili nei collegi e produrre un Parlamento pienamente legittimato e di qualità. Da tempo immemore, l’Italia aspetta una riforma liberale per lasciare emergere il suo immenso potenziale intellettuale e produttivo. La fase politica attuale potrebbe essere l’opportunità per dare finalmente corso a questa indifferibile necessità. Esistono infatti condizioni irripetibili. Non si può votare a giugno per non ripetere lo stallo; non si può votare a ottobre per non andare in esercizio provvisorio. Rimane la scadenza di maggio 2019 per un election day con le Europee. Nel frattempo, un governo provvisorio può dare al Paese la legge di stabilità e la riforma elettorale. Bisogna poi considerare che a ottobre 2019 scade il mandato di Mario Draghi alla guida della Bce. Per allora tutto deve essere al suo posto. (fonte: Milano Finanza)